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Grande adesione di cittadini, autorità, sindacati

Sabato 7 febbraio 2026, i comuni di Colleferro e Artena hanno dato vita a una grande manifestazione corale contro le morti sul lavoro, fenomeno tristemente noto anche come “morti bianche”. La mobilitazione -a cui in tantissimi hanno espresso adesione- ha coinvolto in presenza moltissimi comuni del territorio e oltre, istituzioni regionali, associazioni, sigle sindacali e cittadini, trasformando il dolore per le vittime in un impegno concreto per la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

“Ma che cosa vuol dire “morti bianche”?”-ha domandato il nostro più giovane apprendista, Alberto Pulcini, di soli 11 anni. In Italia e in molte cronache, questa espressione indica i decessi che avvengono durante lo svolgimento di un’attività lavorativa a causa di incidenti o di condizioni non sicure. L’aggettivo “bianca” deriva dal linguaggio giornalistico e vuole evocare l’assenza di un responsabile diretto apparente, quasi come se si trattasse di fatalità; in realtà dietro molti di questi episodi ci sono spesso omissioni, scarsa prevenzione o mancato rispetto delle norme di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Secondo dati recenti, in Italia ogni anno si registrano migliaia di incidenti mortali legati al lavoro, con numeri che mostrano quanto il fenomeno sia ancora presente e preoccupante.

Il corteo, partito dallo Scalo di Colleferro, ha attraversato tutta la Via Romana — importante simbolo storico perché collega lo sviluppo urbanistico alla vecchia fabbrica che ha segnato l’origine dell’abitato colleferrino — fino a giungere in Piazza Italia, davanti al Municipio. Tra striscioni, slogan, testimonianze e commozione, è stato ricordato anche il caso recente di Erri Talone, giovane operaio di Artena tragicamente deceduto il 13 gennaio 2026 nello stabilimento industriale di Colleferro, emblema del rischio ancora presente in molti settori produttivi.

Alla mobilitazione hanno aderito con forza le principali sigle sindacali, tra cui CGIL Roma e Lazio, FILLEA CGIL, la Camera del Lavoro Roma Sud–Pomezia–Castelli e l’ANMIL, sottolineando l’importanza della solidarietà e dell’unità dei lavoratori nella lotta per la dignità dei luoghi di lavoro. La presenza di autorità locali e regionali ha reso evidente il sostegno istituzionale a una cultura della sicurezza condivisa, che metta al centro la vita e la tutela delle persone piuttosto che la logica del profitto a ogni costo.

La scelta della data per la manifestazione non è casuale: il 7 febbraio ricorda il Giorno dei Caduti del ’29, anniversario del tragico scoppio alla SNIA BPD, sottolineando come la memoria storica continui a guidare la mobilitazione civile e l’impegno verso un presente migliore. Interventi dei sindaci, dei delegati e dei familiari delle vittime hanno ribadito la necessità di garantire sicurezza, formazione e prevenzione per tutti i lavoratori, in ogni settore e a ogni età.

La manifestazione ha unito idealmente Colleferro, Artena e tutti i comuni circostanti, creando una rete territoriale per la tutela della vita nei luoghi di lavoro e rafforzando il messaggio che la sicurezza non può essere trascurata. Il messaggio è chiaro e potente: trasformare il dolore in azione concreta, affinché nessuno debba più uscire di casa per andare a lavorare e non tornare più.

A colpire, lungo il percorso del corteo, è stata anche la presenza di tantissime fasce tricolori, indossate dai sindaci e dagli amministratori di numerosi comuni del territorio. Un colpo d’occhio potente, quasi plastico, della vasta adesione istituzionale al tema della sicurezza sul lavoro. Non una partecipazione formale, ma un segnale politico e civile chiaro: le comunità locali hanno scelto di esserci, di metterci la faccia e di stringersi attorno a un impegno condiviso che supera appartenenze e confini amministrativi.

Particolarmente toccanti le installazioni evocative allestite lungo il percorso e visibili anche nel video della manifestazione. Sagome, caschi, scarpe da lavoro, fotografie e cartelli hanno restituito voce e volto a chi non c’è più. Messaggi semplici, diretti, scritti con la forza della memoria e del dolore: nomi, date, parole sospese tra denuncia e speranza. Non scenografie, ma presenze. Ogni elemento sembrava chiedere silenzio e rispetto, trasformando lo spazio urbano in un luogo di raccoglimento collettivo. Un linguaggio visivo potente, capace di colpire più di qualsiasi discorso, perché a parlare erano le assenze.

In testa al corteo, a reggere lo striscione con la scritta “Mai più morti sul lavoro”, c’erano loro: parenti e familiari delle vittime. Madri, padri, mogli, figli. Volti segnati ma composti, dignitosi nel dolore. La loro presenza ha dato alla manifestazione un significato ancora più profondo, sottraendola a ogni retorica. Non numeri, ma storie. Non statistiche, ma vite spezzate. Quel gesto – camminare insieme, sorreggere uno slogan che è insieme richiesta e promessa – oltre a impattare in modo molto commovente, ha rappresentato il cuore autentico dell’iniziativa: la memoria che si fa responsabilità pubblica, il lutto che diventa impegno civile.

Giunto in Piazza Italia, sotto il Comune di Colleferro, il corteo si è trasformato in un momento pubblico di profondo confronto e testimonianza. Dal palco allestito per l’occasione, in tanti hanno preso la parola per esprimere il proprio pensiero: sindaci, rappresentanti istituzionali, delegati sindacali, associazioni e familiari delle vittime. Interventi diversi per sensibilità e ruolo, ma uniti da un filo comune: la richiesta di responsabilità, controlli più efficaci, formazione costante e una cultura della sicurezza che non sia solo norma scritta ma pratica quotidiana.

La piazza, gremita e partecipe, ha ascoltato in silenzio, alternando applausi convinti a momenti di profonda commozione. Non un comizio, ma un’assunzione collettiva di impegno. Perché da Colleferro, quel giorno, non si è levata soltanto una protesta: si è levata una promessa.

Tra le pieghe della manifestazione, a colpire maggiormente era la percezione di una grande solidarietà verso chi ha perso una persona cara sul lavoro. Non era solo nelle parole pronunciate dal palco o sui cartelli, ma si avvertiva negli sguardi dei partecipanti, negli abbracci scambiati, nelle mani strette, nel rispetto silenzioso di chi camminava accanto a famiglie colpite dal dolore. Ogni scelta di parola, ogni gesto, ogni applauso sembrava voler dire:

“Non siete soli. Il vostro dolore è condiviso e il nostro impegno è accanto a voi”.

In quella piazza, tra le fasce tricolori e le installazioni evocative, una vasta comunità che ha saputo esprimere un ampio territorio, ha mostrato che il lutto può diventare memoria collettiva e forza per cambiare, trasformando il dolore in responsabilità condivisa.

Se c’è un elemento che la manifestazione ha saputo mettere al centro, oltre al dolore e alla memoria, è la necessità di costruire una vera cultura della sicurezza. Non solo norme, non solo controlli – pur indispensabili – ma un cambiamento profondo di mentalità. La sicurezza non può essere percepita come un costo o un ostacolo alla produttività: deve diventare un valore condiviso, un principio educativo che parte dalle scuole, attraversa le famiglie e si consolida nei luoghi di lavoro. Parlare di “morti bianche” significa anche interrogarsi su quanto la prevenzione sia ancora considerata secondaria rispetto alle logiche economiche. E invece ogni vita persa racconta una falla nel sistema, una responsabilità collettiva che chiama in causa istituzioni, imprese e lavoratori.

In questo scenario con Monolite c’era, come anticipato sopra, anche il piccolo Alberto Pulcini che, dopo aver partecipato alla manifestazione, ha voluto trasformarsi in piccolo cronista anche in questa occasione. Con naturalezza e sorprendente lucidità, ha rivolto domande ad alcuni dei presenti, intervistando sia esponenti istituzionali sia un bambino che aveva accompagnato il padre al corteo. Le sue domande, semplici e dirette – “Perché si continua a morire sul lavoro?”, “Cosa possiamo fare noi piccoli?” – hanno riportato il dibattito all’essenziale. Nessuna retorica, solo il bisogno di capire. Un gesto spontaneo che ha dato voce a una generazione che osserva e che chiede risposte. L’immagine di due bambini che parlano di sicurezza, mentre attorno adulti e amministratori discutono di prevenzione e responsabilità, è forse la sintesi più potente della giornata: la consapevolezza che la cultura della sicurezza non è un tema per addetti ai lavori, ma una questione che riguarda il futuro di tutti. Perché educare oggi significa proteggere domani.

Il Sindaco di Colleferro, Pierluigi Sanna, ai microfoni di Monolite, ha voluto sottolineare il valore simbolico della città nella battaglia contro le morti sul lavoro, ricordando che Colleferro, come ebbe a definirla Papa Paolo VI, è la città del lavoro, il tema dell’impegno a difesa del lavoro è tanto centrale quanto quello della memoria.Ricordare chi non c’è più significa anche proteggere chi ogni giorno torna in fabbrica, in cantiere o in officina, e garantire che il lavoro sia sicuro, rispettoso della vita e della dignità di ciascuno.  La dichiarazione del Sindaco Sanna -che i Lettori possono ascoltare nel reportage allegato a questo articolo- ha scandito il senso profondo della manifestazione: la sicurezza come valore collettivo e la memoria come motore di responsabilità.

Alessandra Battaglia